SCHIAFFI E CAREZZE di Tarzanetto e EVOLUZIONE di Giovanni Ottaviani - Grifani Donati

SCHIAFFI E CAREZZE di Tarzanetto e EVOLUZIONE di Giovanni Ottaviani

Data: 16 Dic 2019 Autore: Alberto Maria Ottaviani Categoria: Le Mostre    Tags: , , , ,

È una mostra doppia, un inedito double-face, questa che mette insieme Schiaffi e carezze di Tarzanetto eEvoluzione di Gianni Ottaviani. Due artisti che più diversi non potrebbero essere: per carattere, stile, uso dei materiali e ispirazione.

Le opere di Tarzanetto sono il frutto (parole testuali) d’una “incazzatura ecologica”. Raccontano lacatastrofe ambientale che ci minaccia. Sono gli schiaffi che l’uomo infligge alla Natura. Sono quadri-scultureche Tarzanetto costruisce con materiali di recupero che sovrappone a strati come un intarsio.

Con lasapienza di chi lavora il legno da una vita da artigiano e restauratore. Tarzanetto dipinge una futuraapocalisse: l’ambiente combusto dal fuoco e dalla scomparsa d’ogni specie. Come l’impressionante Arnia vuota abbandonata dalle api. O lo scioglimento dei ghiacci e le spettrali montagne desertificate dall’aumento della temperatura.

Costante però c’è una presenza, un volto che osserva o reagisce
spaventato alla tragedia. Potrebbe essere la foto segnaletica del colpevole: l’uomo, l’ultimo degli esseri ad aver preso possesso del pianeta. Quindi ci siamo dentro tutti. C’è anche Tarzanetto, in due autoritratti, che lascio allo spettatore il piacere di scovare.

Una cosa però la svelo: il piccolo quadro finale del percorso è la
carezza che conclude il titolo, forse ispirato alla celebre canzone di Celentano.
Evoluzione è invece il racconto di Gianni Ottaviani che, con eleganza minimalista, si concentra su un solo materiale, la carta, elemento-base della sua vita e della professione di tipografo.

Anche qui recupera ritagli di precedenti lavori (matrici per coperte di libri) che non solo non vengono gettati ma che sovrapposti per pressione calcografica danno vita a nuove composizioni. Alcune figurative e di un’essenzialità abbacinante, bianco su bianco.

Come lo stemma degli Statuti Comunali tifernati, con i santi Florido e Amanzio contornati
da caratteri che sembrano incisi nel marmo; o la sagoma esemplare del carassius auratus (il comunepesciolino rosso) che emerge da un contrasto di rilievi e incavi così tattile che ti viene voglia di toccarla. Piùcomplesse e astratte le geometrie rivestite di colori che fanno pensare a una foresta giapponese di canne di bambù.

Per ottenere il risultato, ogni colore ha richiesto un passaggio del mazzo – il cilindro rivestito di pelle – utilizzato in funzione tipografica per creare questo effetto straordinario di prospettiva. Conoscendoli entrambi da tempo, li ho sempre immaginati inconciliabili come l’acqua con l’olio. Mi devo ricredere. Hanno in comune la stessa perizia artigianale, la visionarietà dello scarto e del riciclo.

E adesso che ci penso bene hanno anche una sviscerata passione per il teatro dialettale che li ha visti recitare insieme, applauditi, nei palcoscenici del territorio. Il dialetto è la lingua materna. Quella che ti tieneancorato alle radici e ti permette di scherzare su tutto, anche sull’arte, divertendoti come un ragazzino.

Ivan Teobaldelli