"Il Canto delle Pietre" mostra personale di Fabio Mariacci, litografie dal 1998 al 2016

“Il Canto delle Pietre” di Fabio Mariacci

Data: 01 Feb 2017 Autore: Alberto Maria Ottaviani Categoria: Le Mostre    Tags: , ,

IL CANTO DELE PIETRE

È fresca d’inchiostro l’ultima litografia di Fabio Mariacci. È un omaggio a Burri per il centenario: una veduta di Città di Castello presa dal Santuario degli Zoccolanti e inscritta tra le due gemme della Fondazione: gli Ex-Essicatoi in primo piano e sullo sfondo il Museo di Palazzo Albizzini. L’esposizione dell’opera ha dato il pretesto a Gianni Ottaviani di organizzare una retrospettiva di tutte le litografie che Mariacci ha realizzato per la Tipografia Grifani-Donati, dal 1998 a oggi. Un’attività che li ha visti sodali e complici e che nasce su ispirazione di un altro artista e grafico tifernate, scomparso: Orlando Moretti. È stato il maestro di entrambi e li ha indirizzati e formati con un corso di tecnica della stampa e della litografia, regalandogli il suo bagaglio di competenze e di studi conseguito all’Accademia delle Belle Arti di Urbino.

Che cosa ispira questi lavori di Fabio Mariacci? Il desiderio di celebrare le “ eccellenze” naturali e artistiche del territorio. È un sentimento da molti trascurato: vuoi per insipienza culturale, per indifferenza o per una perdita d’identità. Eppure viviamo in un contesto che tutti i visitatori ci invidiano e li lascia ammirati. È l’antico e sempre attuale dramma degli italiani: una cronica sfiducia in se stessi. Mariacci invece esalta gli splendori della sua terra.

Dalla prima litografia del 1998 che riproduce quel cammeo incastonato nella collina che è il Santuario di Belvedere; al centro storico che come la “corona” d’un fiore alza a cielo i pistilli di pietra della torre quadrata e dei 2 campanili; la facciata del Duomo col suo portale di marmo traforato; Palazzo Vitelli a S. Egidio visto dal giardino, coi pavoni sulle mura e la “grottesca” sullo sfondo; la silhouette essenziale della tipografia Grifani-Donati; la possente Porta S. Maria incuneata nell’abbraccio delle mura; e i sempre diversi per inquadratura e dilatati nel tempo, panorami cittadini.

Spiamo Fabio mentre compone una litografia. Di solito lavora sulla pietra con una matita grassa, con acquarello e inchiostro litografico. L’immagine è sempre disegnata al contrario, con la parte sinistra collocata a destra. È vietato toccare la pietra per non sporcarla di ingrassature involontarie. Poi interviene Gianni il litografo che tampona il disegno col talco facendolo aderire perfettamente al grasso della matita.

Si spennella la pietra con gomma arabica disciolta in acqua – non mi soffermo su tutti i passaggi tecnici – e questa è pronta per essere caricata d’inchiostro con il rullo. A ogni copia si bagna la pietra con una spugna, s’appoggia il foglio di carta, s’abbassa il timpano che la schiaccia facendola passare sotto la pressione esercitata dal coltello del torchio. E voilà la litografia. Da questa complessa tecnica – così rozzamente spiegata – sono nate le riproduzioni che Fabio ha dedicate ai capolavori dell’arte: l’Adorazione dei Magi del Signorelli, il suo splendido Martirio di S. Sebastiano, la Scuola d’Atene e la Madonna della Seggiola di Raffaello, la Resurrezione di Piero della Francesca, e per ultimo, ma non minore, il surreale Ritratto alla Gutenberg di Gianni Ottaviani, con cappello di pelliccia, gorgiera e fluente barba bianca.

Evidenzio solo un altro aspetto. La ricerca formale di Fabio Mariacci si è sempre espressa in una dimensione geometrica e astratta. I suoi cicli pittorici lo testimoniano. Riconoscergli anche questo talento figurativo, non solo lascia emozionati, ma lo colloca di diritto nel ristretto cerchio di coloro che si possono definire “artisti completi”. E non capita tutti i giorni d’incontrarne uno.

Ivan Teobaldelli